L’archeologia al servizio dell’economia

La ripresa degli scavi a Rieti della necropoli situata in Camporeatino (Bassocottano) dell’estate scorsa ha riservato una interessante sorpresa. Il...

La ripresa degli scavi a Rieti della necropoli situata in Camporeatino (Bassocottano) dell’estate scorsa ha riservato una interessante sorpresa.
Il sito è noto fin dall’inizio del secolo scorso. Collocato al limitare del massimo livello del Lacus Velinus di 3.000 anni orsono, poco sopra quota 385 metri slm, è stato usato da una consistente comunità di aborigeni della piana reatina, quella che oggi viene chiamata la Valle Santa di S.Francesco, che lo scelsero come cimitero.
I primi scavi avevano portato alla luce tombe a cilindro, scavate nel plateau di pietra sponga collocato subito sotto circa mezzo metro di terra, che risalivano fino a 900 anni prima di Cristo.
Sono stati ritrovati resti umani inceneriti contenuti in recipienti a forma di casette con tetto e porta, sopra i quali venivano collocati anche piccoli oggetti usati nella vita quotidiana che avrebbero dovuto servire ai defunti nell’aldilà.
Una scoperta interessante perché testimonianza della esistenza di un popolo sabino pre-romano con una propria civiltà autoctona, inserito a pieno titolo nel novero dei popoli italici pre-romani.
Una prova concreta che i Sabini c’erano prima della fondazione di Roma e che è un fatto storico che essi contribuirono in un primo momento alla sua fondazione ed in un secondo alla sua grandezza.
Gli scavi di quest’anno hanno dimostrato che tale civiltà è ancora più vecchia di quello che era risultato fino ad ora con una retrodatazione di cento anni almeno. E certamente non è poca cosa. Il Tumulo di Corvaro, conosciuto anch’esso da decenni, faceva in precedenza risalire la presenza di una civiltà Sabina a 700 anni prima di Cristo, in concomitanza con la fondazione di Roma.
Nello stesso sito, tagliato da una linea trasversale, esiste un terreno nel quale le sepolture sono molto diverse. Questa volta si tratta di sepolture secondo la tradizione cristiana. Casse di pietra molto simili alle nostre bare, con coperchio a tetto spiovente sui lati, nelle quali venivano posti i defunti in posizione supina, che si sono ben conservati. Si tratta di sepolture che risalgono al IV -V secolo d.C., molte delle quali contengono scheletri di bambini. Il che sta a testimoniare che la mortalità infantile in quella zona era molto diffusa.
Gli scavi di quest’anno hanno riguardato anche questa parte del sito funerario che, da quanto è emerso, è stato usato per lo stesso scopo per ben 1.500 anni.
I risultati degli scavi di quest’anno pongono all’attenzione della comunità civile reatina alcune considerazioni.

Gli scavi a Bassocottano sono stati fermi per decenni. Il progetto di ricerca, che si è svolto nel 2011 e nel 2012, è stato proposto dalla cattedra di topologia antica del Dipartimento di Scienze dell’antichità della Università La Sapeinza di Roma diretta dal prof.Alessandro Maria Jaia . Lo scavo è stato voluto dal Museo civico di Rieti promosso dallo Assessorato al turismo, alla cultura e alla promozione del territorio diretto quest’anno da Diego Di Paolo e per il 2011 da Gianfranco Formichetti, finanziato dal settore cultura diretto da Carlo Ciccaglioni.
La concessione di scavo è stata concessa alla Università La Sapienza dalla Sopraintendenza per i beni archeologici del Lazio. che ha tutela su tutti i reperti rinvenuti.
Lo scavo è stato effettuato da un Campus archeologico di formazione universitaria, diretto dal dott. Carlo Virili, al quale hanno partecipato gratuitamente studenti di vari atenei italiani delle università di Torino, Milano, Sapienza, Tuscia di Viterbo, Roma 2-Tor Vergata, Roma 3 e Federico II di Napoli.
Il movimento terra è stato sponsorizzato dalla SO.GEA diretta dallo ing. Emanuele Maria Blasetti
Per poter scavare è occorso il consenso del proprietario che, nel nostro caso. è la Curia vescovile. Poi è stato necessario provvedere ad ospitare i giovani durante tutta la campagna di scavi. Mangiare e dormire, perché certo non si poteva pensare che gli studenti lo facessero a loro spese.
All’Abbazia di Farfa e a Collevecchio analoghi scavi in passato sono stati fatti da università di paesi europei a loro spese. La Sabina non ha santi in Europa.
L’antico popolo dei Sabini è una specie di oggetto sconosciuto. Anni fa, in una mostra a Rimini sui popoli italici pre-romani, i Sabini erano quasi ignorati del tutto perché di loro non si conosce quasi niente di certo, tranne quanto è emerso dagli scavi dell’inizio del secolo scorso i cui reperti sono spariti dall’Italia ed ogni tanto vengono notati presso qualche museo del mondo, come quelli le cui fotografie sono esposte nell’ottimo museo archeologico di Rieti, i cui originali stanno in Danimarca. L’originale della Biga di Monteleone di Spoleto sta negli USA. A Monteleone solo da qualche anno c’è una copia fedele firmata dal celebre scultore del ’900 Manzù.
La conoscenza della nostra storia pre-romana potrebbe essere un notevole incentivo alla nascita di un turismo culturale che potrebbe essere di aiuto all’economia asfittica del nostro territorio.
Per uno studio di questo tipo possono essere utilizzate le università non solo italiane, ma anche quelle europee e no, che utilizzano di solito gli studenti per scopi didattici. La spesa di una tale operazione non sarebbe gravosa. Sono sufficienti le migliaia di euro, non le centinaia di migliaia.
Basterebbe fare dei bandi per ogni sito, mettendo a disposizione locali e garantendo convenzioni a buon mercato con le strutture ricettive locali. Con pochi soldi si potrebbero fare miracoli.
E’ notorio che gli enti locali non hanno fondi. La Fondazione Cassa di risparmio da ormai un decennio svolge una notevole e meritoria azione nel campo della cultura in Sabina. E se lo può permettere perché ogni anno la banca, di cui possiede le azioni, le ristorna gli utili. E meno male che lo fa.
Sono sicuro che questo sarebbe un campo di intervento con risultati a media scadenza di cui oggi forse non siamo in grado a pieno valutare l’entità, anche se ne intuiamo la prospettiva.
In un ciclo di anni non lungo sarebbe possibile mettere insieme un materiale immenso che, unito a quello dei paesi limitrofi della Valnerina e dell’Aquilano, territori che furono abitati dai Sabini, consentirà di scrivere finalmente la storia dell’antico popolo dei Sabini che contribuì notevolmente alla grandezza di Roma e che merita oggi una sorte migliore di quella che la triste realtà di questi giorni registra con la sparizione della Provincia di Rieti.

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About Gianfranco Paris

Avvocato e giornalista reatino, direttore del periodico indipendente "Mondo Sabino".